Una donna vestita di bianco e di rosso. Uno sguardo ironico, divertito e desolato sulla Bella Addormentata come metafora di questi tempi offuscati, patinati e narcolettici. Il titolo è una tragica inversione dei termini consueti di origine partigiana: bella ciao. Procedendo per accumulazioni di linguaggi, slittamenti, associazioni, ellissi, il lavoro si muove tra la fiaba e beautiful, tra slogan politici e jingle, consigli per gli acquisti e chat da rotocalco, sullo sfondo della fine della Storia.
Iscrizioni aperte al laboratorio “Kuore Matto”!! Per maggiori informazioni consultare la sezione “Materiali”.
CV Elvira Frosini - Kataklisma Teatro (98)
Il Consorzio Ubusettete (73)
Laboratorio \"Kuore Matto\" (69)
Video - Ciao Bella (146)
Uno spettacolo di iniziazione, a metà strada tra clownerie e postmoderno. La “Bella”, addormentata, ci interroga sulle “istruzioni per stare al mondo”, in attesa di una maturità che tarda ad arrivare, così come il principe, il ranocchio, o semplicemente “Uno” che venga a svegliarla dal suo torpore, sia esso operaio, manager, assicuratore, o forse solo “un bravo ragazzo”, come ci si augura, dubbiosi. [...] Elvira Frosini fa vivere al pubblico la sua stessa attesa che qualche cosa di rilevante abbia luogo, oscillando tra un possibile risveglio e un altro, procedendo a tentoni tra informazioni che, con innumerevoli interferenze, si mischiano promiscue alle fiabe, alle telenovele, alla politica del premier, che “dice che sveglierà il paese”. Esplorando una dialettica del risveglio, “Bella Ciao”, campionata in sottofondo, diviene “Ciao Bella” scritto nei caratteri della Coca Cola sulla borsetta rossa colma di caramelle, delle quali riempirsi per sopperire al vuoto dietro gli occhiali scuri, o da lanciare sul pubblico di “italiani”, come lei inermi, come lei perplessi e bombardati di notizie e prodotti vari. La fanciulla, come ogni fanciulla che si rispetti, si pone domande sul ciclo, sulla fertilità, sulla gravidanza, sull’inseminazione artificiale - la bocca “a mezzo schifata” - e poi si scatena con movenze imitate dai programmi tv. Ammiccante o imperscrutabile, supina o a testa in giù, si avvia infine verso il buio, mentre la guerra copre il fiabesco finale. (Claudia Donzelli, teatroteatro.it)
Un percorso di ricerca tra il teatro danza e la denuncia ironica per questi tempi difficili, nominato a tratti anche il presidente del consiglio: in Ciao bella - istruzioni per un buon risveglio di/con Elvira Frosini , che firma anche drammaturgia e regia, produzione Kataklisma , presentato a Teatro No, l'interprete, vestita di bianco, con guanti e scarpe rosse, sperimenta posizioni instabili, strani equilibri, immaginando metafore diverse per il corpo, che è figura femminile curiosa di sé, ma anche altro, nell'incertezza sempre, qualcuno/qualcosa che deve ri/trovare la propria identità dopo un lungo sonno. Voce esterna: forse neppure la morte permette la totale immobilità, “visto l'incessante lavorio delle molecole che viaggiano verso la decomposizione”. Se ogni cosa deve mutare, tutto scorre, possibile scegliere una condizione nuova, differente? Pochi oggetti in scena: un piccolo dinosauro bianco con una corda/guinzaglio rossa, lo stesso colore del cuscino che servirà per sperimentare la maternità (anche questa simbolica: cosa potrà nascere di nuovo?), una piccola borsetta con il titolo dello spettacolo, Ciao bella. Frequenti le situazioni buffe, il pubblico disponibile al divertimento, alla risata complice. La maledizione del fuso e della morte, l'intervento della fata buona che tramuterà quella fine in giovane età in tempo sospeso: qualcuno infine sarebbe giunto per il bacio del risveglio, qui figura indefinita, Uno. E' con la canzone “Sono una donna non sono una santa” che iniziano esperienze fisiche di volo/nuoto a terra. Sguardi ironici verso il pubblico. Le note di “Bella ciao”. Il Premier sveglierà il paese? Intanto s'intrecciano episodi di Beautiful con passaggi narrativi della “Bella addormentata”, un nuovo inizio, con il re e la regina che desideravano da molto tempo un figlio. Suggestivi alcuni passaggi di teatro danza, diversi stati da cui osservare il mondo. E' ora di svegliarsi? “Sono passati mille secoli”. Caramelle: da mangiare, da tirare al pubblico. Rumori d'elicotteri, di esplosioni...(Valeria Ottolenghi, Gazzetta di Parma)
L’applicazione di stasera? Semplicemente pura. Di quella purezza che incanta, di quella banalità che uccide anche l’applauso spontaneo, incapaci di scindere la brutalità dell’argomento trattato dall’audacia degli attori. Imbonitori, falsi, fasulli, ipocriti nell’inventare una lingua dai toni acri e dissonanti. Impostori nell’imbonire un pubblico che si lascia affascinare da un vestito da sposa con sacchetto e I-pod. Traditori nel tradire il segreto della politica sociale, di cui tutti conosciamo le malate strategie, ma che nessuno ha il coraggio di indagare fino in fondo. Nessuno ha il coraggio di andare fino a Skopje e incontrare una vecchia – perché quella era una vecchia – che racconta come stanno veramente le cose, facendoti sentire una merda, facendo vacillare tutte le tue impalcature intellettuali, artistiche e filosofiche, facendoti inesorabilmente tremare le gambe a ogni piccolo passo che fai per tornartene a casa (con le orecchie abbassate). Pasolinianamente scossi nella nostra borghesia da quattro soldi: così ci sentiamo, usciti da quello spazio vuoto, ripetitivo, pregno di un’idea ancora in gestazione, ridondante come la prima divisione cellulare di un embrione, indifferenziato, e incolto. Si sente la passione, l’ingenuo stupore di fronte alla mastodontica bellezza del dolore, di quella carestia di sentimento che un popolo sopporta da troppo tempo, soffocato e bruciato dal proprio essere “popolo povero”, senza soldi, senza capacità di scambio. A cosa serve costruire un parco giochi se dopo due giorni si sono rivenduti il ferro per far mangiare i bambini, gli stessi bambini che avrebbero dovuto divertirsi con quel parco giochi? È l’antica canzone del tavolo, del legno e dell’albero. I paradossi sembrano essere sempre esistiti: a cosa serve sottolinearne un altro, l’ennesimo, non più importante e terribile di un altro. È forse uno spazio furioso, che pone questioni sull’essere. È probabilmente uno spazio comune dove si genera l’incontro di più soggettività. È uno spazio problematico, dove avvengono scontri. Dove avvengono scontri.(Elisa Fontana, Teatro San Leonardo, Bologna, 02 giugno 2008)
In un paese in cui la clandestinità é illegale, il Teatrino Clandestino resta fedele al suo nome e intraprende un viaggio in un mondo lontano dagli occhi, a Skopje, l'unica municipalità Rom, l'unico luogo di un popolo senza casa né confini, che vive ovunque e non é desiderato da nessuno. Contro questa logica mediatica e contro ogni stereotipo della rappresentazione etnica, l'unica arma a disposizione del teatro è l'incontro, il contagio, la verifica appassionata e assennata, in una parola il viaggio. I confini che il Teatrino Clandestino attraversa, senza documenti né lasciapassare, sono le fratture di un presente complesso che la chiacchiera qualunquista inneggia al pogrom di turno, all'espunzione, non importa lontano dove, basta che sia altrove. La scena seppellisce sotto una colata di cemento le buone intenzioni e il progressismo di maniera, l'utopismo formale e la politica filosofica. Non è possibile una soluzione semplice. L'interprete traduce, ma cosa possiamo davvero capire? La crudezza delle condizioni materiali è più forte dell'argomentazione politica. Su tutto si innesta anche il problema della rappresentazione estetica, del luogo comune romantico sull'anima gitana, del folklore che tace i conflitti e la sincerità. Così come quello della tradizione, che resiste, come incorporea, come un fantasma, negli sposi che danzano eternamente nello spazio possibile della scena. Quello del Clandestino è un teatro che si interroga sul suo possibile ruolo nel mondo, che teme di scoprirsi complice ma non rifugge l'autocritica, e Comune Spazio Problematico è un materiale scenico incandescente che sta ancora cercando la sua forma, ma senza fuggire all'incontro col pubblico, smontando i preconcetti pezzo a pezzo, come i giochi di ferro nel parco, a Skopje, fatti di fame e futuro.(Lucia Oliva, Occhi Gettati, 6 giugno 2008, festival Metamorfosi, Cascina)
"ho riso, mi sono divertito, poi ho sentito il disagio, di una condizione esistenziale, ma anche politica.."